

L’adozione degli agenti AI accelera nel tessuto produttivo italiano, con un aumento esponenziale degli utenti. Tuttavia, l’Europa sconta ancora un forte ritardo rispetto al Nord America nella quota di imprese “di frontiera” capaci di sfruttare l’intelligenza artificiale ad alta intensità.
L’uso dell’intelligenza artificiale all’interno delle piccole e medie imprese sta affrontando un profondo salto evolutivo. Le aziende stanno gradualmente superando l’approccio basico dei chatbot conversazionali per abbracciare la cosiddetta “AI agentica”: strumenti avanzati, come ChatGPT Work e Codex, capaci di pianificare, eseguire e portare a termine compiti complessi in autonomia. Secondo il recente report “Europe’s Agentic Opportunity” pubblicato da OpenAI, l’Italia si posiziona ai vertici europei per velocità di adozione di queste tecnologie tra le PMI, sebbene il Vecchio Continente, nel suo complesso, continui a perdere terreno rispetto ai leader mondiali nordamericani.
La crescita registrata da OpenAI è vertiginosa. Analizzando i profili con licenza aziendale (Enterprise e Business) associati a un massimo di 200 utenti, tra la prima settimana di maggio e il 5 ottobre 2026 l’utilizzo settimanale degli agenti AI nelle PMI europee si è moltiplicato in media per 8,1 volte. L’accelerazione è stata trainata dal rilascio estivo di ChatGPT Work (dedicato alle attività aziendali generali), che ha affiancato Codex (lo strumento ottimizzato per la programmazione informatica).
Attualmente, la quota agentica ha superato il volume delle conversazioni tradizionali: a fine settembre 2026, il 55% di tutti i “token” (le unità base di testo prodotte dai modelli) generati dagli account aziendali nell’Unione Europea derivava da azioni dirette compiute da Codex (34%) e ChatGPT Work (21%).
Valutando esclusivamente il peso specifico dell’AI agentica sul totale dei token generati a settembre 2026, l’Italia occupa il decimo posto assoluto in Europa con una quota del 65%. Il dato italiano supera nettamente quello di grandi economie come Francia (55%), Germania (51%) e Spagna (30%). A guidare questa particolare classifica sono nazioni demograficamente più piccole (dove l’uso agentico si concentra spesso nelle aziende di maggiori dimensioni) come Lituania (85%), Cipro (81%) e Ungheria (79%), seguite dai Paesi scandinavi ed esteuropei. Fanalini di coda risultano invece Portogallo, Austria e Slovenia (tutte sotto la soglia del 30%).
L’aspetto più rilevante per l’Italia è tuttavia la velocità di crescita: nel periodo maggio-ottobre 2026, il numero di utenti che sfruttano gli agenti AI all’interno delle PMI tricolori si è moltiplicato per 10,8 volte. Si tratta del secondo tasso di espansione più alto di tutta l’Unione Europea, inferiore soltanto al Belgio (12,1 volte).
Se da un lato chi usa l’AI in Italia lo fa in modo intensivo e avanzato, dall’altro lato il bacino di utenza totale rimane circoscritto. Secondo i dati Istat del 2025, solo il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti ha integrato una tecnologia di intelligenza artificiale (un raddoppio rispetto all’8,2% del 2024, ma ancora sotto la media UE del 20%). Le indagini su base territoriale, come quelle condotte da Assolombarda e Politecnico di Milano, evidenziano picchi positivi nelle aree metropolitane industrializzate (49% di adozione nelle province lombarde), confermando un panorama a due velocità.
Quali mansioni affidano gli italiani all’intelligenza artificiale? Analizzando i dati di utilizzo del terzo trimestre 2026 (classificati secondo gli standard del Bureau of Labor Statistics), emerge che l’attività lavorativa “più caratteristica” nel nostro Paese – ovvero quella che spicca maggiormente per frequenza rispetto alla media europea – è l’esame e la verifica di documenti per accertarne l’accuratezza o la conformità normativa. Negli altri Paesi si delineano specializzazioni differenti: in Germania prevale il supporto all’insegnamento, in Francia l’analisi di report finanziari e in Polonia la stesura di testi legali.
Nonostante il balzo in avanti delle PMI, il report di OpenAI evidenzia un ritardo strutturale dell’economia europea. Per valutare la leadership globale, i ricercatori hanno isolato le “imprese di frontiera” (il decile più alto di aziende clienti a livello mondiale per numero di token generati da ciascun utente attivo). Ebbene, il 65% di queste aziende all’avanguardia si trova in Nord America, il 13% nell’area Asia-Pacifico, e solo il 10% nell’Unione Europea.
Il divario è marcato anche nell’intensità di utilizzo: le imprese europee di frontiera producono volumi quattro volte superiori rispetto alle aziende europee medie, ma generano comunque meno della metà del lavoro digitale rispetto alle omologhe extra-UE. Inoltre, tra maggio e settembre 2026, l’accelerazione è stata impari: l’utilizzo pro-capite nelle aziende leader extra-UE è schizzato a 12,9 volte il valore di base, contro il 6,1 volte registrato dalle aziende di frontiera europee.
Per ricucire lo strappo con le superpotenze digitali, OpenAI suggerisce tre leve fondamentali: traghettare le imprese europee oltre la mera fase di “sperimentazione”, abbattere i costi per rendere più accessibili le funzioni di fascia altissima e, soprattutto, investire massicciamente nella formazione per infondere fiducia e competenze digitali nei lavoratori.
In Italia, la sfida formativa e operativa si intreccia indissolubilmente con il nuovo quadro normativo: dal 23 ottobre 2026 è pienamente in vigore il D.Lgs. 179/2026 (il decreto attuativo dell’AI Act europeo). La nuova legge non solo designa le autorità di vigilanza e l’apparato sanzionatorio, ma detta regole rigorose sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali e nella formazione, imponendo alle imprese di coniugare l’innovazione tecnologica con la tutela dei diritti dei lavoratori.