


Il mercato del lavoro italiano registra a settembre 2026 una previsione di 565.100 nuove entrate programmate dalle imprese, un volume destinato a salire a quota 1.528.340 considerando l’intero arco temporale del trimestre compreso tra settembre e novembre. A delineare questo scenario è il Centro Studi di Assoesercenti che ha analizzato i dati del Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal.
La quota preponderante della domanda occupazionale si concentra nel macro-settore dei servizi, che assorbe da solo il 65,6% delle assunzioni previste, a fronte del 26,5% indirizzato all’industria e alle costruzioni e del residuo 7,9% destinato al settore primario. Nell’ambito delle attività terziarie, i comparti che manifestano il fabbisogno più marcato sono i servizi di alloggio, ristorazione e turismo (17% del totale), i servizi alle persone (15%) e il commercio (12%), settore per il quale si registra un trend di crescita particolarmente significativo nel confronto tendenziale. Sul fronte dimensionale delle imprese, il 61% delle opportunità lavorative si colloca all’interno delle micro e piccole aziende con meno di 50 dipendenti, confermando il ruolo strutturale e baricentrico svolto dalla piccola impresa nei processi di assorbimento della manodopera, mentre le medie realtà (50-249 addetti) e le grandi strutture (oltre 250 addetti) pesano rispettivamente per il 20% e il 19%. Dal punto di vista contrattuale, la distribuzione evidenzia una netta prevalenza dei rapporti a durata prefissata: il 78% delle entrate programmate su scala nazionale assume forme contrattuali a termine, mentre il restante 22% prevede contratti a tempo indeterminato o di apprendistato. Parallelamente, per circa il 65,5% delle posizioni aperte viene esplicitamente richiesta un’esperienza professionale pregressa specifica o maturata nello stesso settore di attività.
Entrando nel dettaglio dei profili e delle figure professionali più richieste, le prime tre occupazioni concentrano da sole il 25,3% dell’intero fabbisogno del mese. Al primo posto assoluto per entrate programmate figurano gli esercenti e addetti nelle attività di ristorazione con ben 66.790 ingressi previsti, seguiti dagli addetti alle vendite nel commercio (41.300 entrate) e dal personale non qualificato nei servizi di pulizia (34.820 entrate). Tra le altre figure a forte assorbimento spiccano inoltre i conduttori di veicoli a motore e a trazione animale (29.180 entrate), gli addetti alla segreteria e agli affari generali (19.140), gli operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (17.260), l’edilizia di struttura (16.610) e i tecnici della salute nell’area specialistica (18.240).
Accanto ai volumi quantitativi, tuttavia, l’indagine pone in risalto il gravoso fenomeno del mismatch: il 44,1% delle entrate complessive è infatti segnalato dalle imprese come di difficile reperimento. Disaggregando le cause di tale criticità, il 26,4% delle ricerche sconta un’assenza oggettiva o insufficienza di candidati, il 13,6% risente di una preparazione tecnica e operativa ritenuta inadeguata rispetto ai compiti assegnati, mentre il 4,0% è dovuto ad altri fattori specifici. Questa carenza tocca picchi estremi proprio in alcune figure strategiche per il sistema economico: il disallineamento più severo si riscontra tra gli esercenti delle vendite, la cui difficoltà di reperimento raggiunge un vertiginoso 90,9%. Forti tensioni si registrano pure per gli operai e artigiani specializzati, come i brillatori e tagliatori di pietre (86,0%) e i conduttori di impianti per l’estrazione e il trattamento dei minerali (83,8%), ma anche nel terziario avanzato e nei servizi alla persona, dove spiccano le difficoltà nel trovare professionisti e dirigenti d’azienda (67,3%), specialisti nelle scienze della vita (73,3%), professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali (57,4%) e tecnici in campo ingegneristico (63,5%).

Un altro capitolo rilevante riguarda la composizione della manodopera per provenienza geografica: su scala nazionale il ricorso a personale straniero è previsto per il 23,0% delle entrate totali, a fronte di una componente maggioritaria del 77,0% destinata a lavoratori italiani. L’incidenza della manodopera estera manifesta però una fortissima polarizzazione territoriale: supera il 40% in Trentino-Alto Adige (40,6%) e oltrepassa la media nazionale in gran parte del Centro-Nord, attestandosi al 31,5% in Basilicata, al 29,2% in Toscana, al 27,7% in Veneto, al 27,0% in Liguria e al 26,3% in Lombardia. Al contrario, nelle regioni meridionali il fabbisogno si rivolge quasi esclusivamente al bacino di forza lavoro autoctono, con quote di lavoratori stranieri sensibilmente più ridotte: la Puglia si ferma al 15,9%, la Calabria al 14,2%, la Campania al 13,9% e la Sardegna all’8,5%.
La geografia delle assunzioni e delle criticità occupazionali restituisce un quadro marcatamente asimmetrico. Le regioni settentrionali registrano i tassi più elevati di difficoltà di reperimento, toccando il 54,0% in Friuli-Venezia Giulia, il 52,2% in Trentino-Alto Adige e il 50,7% in Veneto, con la Lombardia al 44,4%. Nel Centro e nel Mezzogiorno le percentuali si mostrano comparativamente più basse: il Lazio è al 38,6%, la Puglia al 38,1% e la Sicilia al 36,1%.
Focalizzando l’attenzione sul contesto siciliano, emerge una dinamica peculiare e articolata: con 37.590 entrate programmate nel mese, l’Isola si conferma il sesto polo regionale per volume assoluto di assunzioni in Italia. Il tasso di difficoltà nel reperire profili è inferiore alla media nazionale (36,1%), ma il mercato regionale sconta una contrazione tendenziale delle entrate pari al -4,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, posizionando la regione tra quelle a maggiore decremento su base annua. Sul piano demografico e contrattuale, in Sicilia la domanda di manodopera estera è contenuta ad appena il 14,1% delle entrate, e la propensione a inserire giovani con meno di 30 anni risulta tra le più basse dell’intero Paese: soltanto il 20,4% delle ricerche si rivolge esplicitamente alla fascia under 30 (contro una media italiana del 27,6% e valori che superano il 33% al Nord), collocando la regione al penultimo posto nazionale e segnalando una persistente difficoltà nell’attivazione e nel ricambio generazionale del proprio capitale umano giovanile.

“I dati riflettono la costante vitalità delle piccole imprese del terziario, ma confermano al contempo la presenza di due criticità strutturali: un mismatch di competenze che a livello nazionale blocca oltre il 44% delle selezioni e un divario anagrafico che al Sud rallenta l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, evidenziando l’esigenza di allineare i percorsi formativi ai reali fabbisogni produttivi e favorire la stabilità contrattuale”, commenta il presidente di Assoesercenti Salvatore Politino.