


Arrivano le pagelle di primavera della Commissione Europea: pieni voti per la digitalizzazione dei pagamenti e il calo del tax gap, ma scatta l’allerta sui rischi di compliance legati a pace fiscale, imposte sostitutive e patto preventivo.
Il sistema fiscale italiano incassa un giudizio complessivamente positivo da Bruxelles, ma non mancano le “ammissioni con riserva”. L’occasione per fare il tagliando alle politiche tributarie del nostro Paese è il tradizionale pacchetto di primavera, l’appuntamento istituzionale con cui la Commissione Europea indirizza agli Stati membri le raccomandazioni sulle sfide socioeconomiche e sugli squilibri macroeconomici. Se da un lato l’Europa applaude la strategia anti-evasione trainata dalla digitalizzazione, dall’altro accende un faro sulle recenti misure di clemenza fiscale e sulle agevolazioni per i lavoratori dipendenti.
Alla base della promozione europea c’è un dato inequivocabile: il progressivo restringimento del tax gap (il divario cronico tra le entrate teoriche e quelle effettivamente incassate dall’Erario). Negli ultimi anni, questa forbice è scesa dal 19,4% del 2019 al 17,4% del 2023. Una manciata di punti percentuali che si traduce in miliardi recuperati alla collettività.
L’input della Commissione Europea è però perentorio: l’ondata di riforme strutturali non deve subire battute d’arresto. La via maestra resta quella tracciata negli ultimi anni, ovvero spingere l’acceleratore sulla digitalizzazione dei processi per generare flussi di dati in grado di incrociarsi automaticamente e favorire controlli sempre più mirati.
A dimostrare l’efficacia della strategia digitale ci sono i risultati messi a segno dall’Agenzia delle Entrate, che nel 2025 ha riportato nelle casse dello Stato ben 36,2 miliardi di euro.
Un ruolo chiave in questo recupero è giocato dall’introduzione della fatturazione elettronica, dai corrispettivi telematici e, da ultimo, dal nuovo obbligo di collegamento diretto tra POS e registratore di cassa. Un ecosistema che restituisce un quadro chirurgico delle somme incassate dalle singole attività commerciali. I primi bilanci operativi parlano chiaro: a partire da marzo 2026, l’interconnessione dei sistemi ha fatto lievitare il bacino degli scontrini elettronici di 115 milioni di unità, facendo emergere una base imponibile complessiva di ben 5,3 miliardi di euro.
Se l’insieme delle misure strutturali migliora la qualità e la sostenibilità delle finanze pubbliche, Bruxelles segnala però un pericoloso cortocircuito logico interno al sistema italiano. Sotto la lente d’ingrandimento finiscono infatti quelle misure considerate in palese controtendenza rispetto al rigore anti-evasione.
Nel mirino dell’UE finiscono in particolare la Rottamazione-quinquies (che garantisce la definizione agevolata delle cartelle esattoriali spalmata su lunghe rateizzazioni) e il neonato Concordato Preventivo Biennale (il patto che congela le imposte dovute per due anni dalle Partite IVA). Per la Commissione, questi meccanismi, pur garantendo gettito immediato, sollevano seri rischi di compliance, innescando pericolosi disincentivi all’adempimento fiscale spontaneo.
L’allerta dell’Europa non risparmia il lavoro dipendente. A preoccupare i commissari sono le nuove flat tax introdotte con la Manovra 2026. L’applicazione di imposte sostitutive rischia non solo di frammentare e complicare ulteriormente il sistema tributario, ma soprattutto di erodere sensibilmente la base imponibile generale.
Ecco il quadro delle misure sotto stretta osservazione:
| Tipologia di Flat Tax | Aliquota e importo massimo agevolabile | Limite reddituale del lavoratore |
|---|---|---|
| Rinnovi contrattuali | 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi | 33.000 euro |
| Premi di produttività e utili | 1% fino a un massimo di 5.000 euro | 80.000 euro |
| Straordinari, turni e festivi | 15% fino a un massimo di 1.500 euro | 40.000 euro |
In sintesi, il messaggio che arriva da Bruxelles è un invito al pragmatismo: se da un lato si plaude alle politiche sistemiche basate sulla tracciabilità, dall’altro si chiede all’Esecutivo di limitare e monitorare rigidamente quegli strumenti politici che rischiano di depotenziare la macchina della riscossione.