


Il Consiglio Direttivo alza i tassi di 25 punti base dal 16 settembre. La rata di un mutuo variabile standard sale a 631 euro mensili. Si assottiglia il vantaggio rispetto al tasso fisso, mentre le imprese affrontano un ulteriore rincaro sul credito.
La Banca Centrale Europea vara il secondo rialzo dei tassi del 2026, spinta da un’inflazione che si profila ostinatamente superiore al target di medio periodo. La decisione, ufficializzata al termine del vertice di Berlino, si traduce in un immediato inasprimento del costo del denaro, con ricadute dirette sui mutui a tasso variabile e sui finanziamenti alle imprese.
A partire dal 16 settembre 2026, il costo del denaro subisce un incremento di 25 punti base. Il tasso sui depositi, indicatore primario per le mosse di Francoforte, passa dal 2,25% al 2,50%. Parallelamente, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali si attesta al 2,65%, mentre quello sulle operazioni marginali sale al 2,90%. Questa seconda stretta annuale (dopo quella di giugno e la pausa estiva) è motivata dalla volontà del Consiglio Direttivo di ricondurre l’inflazione verso l’obiettivo del 2%. Le proiezioni di settembre, tuttavia, dipingono un quadro complesso: l’inflazione nell’Eurozona è stimata al 3,0% per l’anno in corso, al 2,5% nel 2027 e al 2,1% nel 2028, valori rivisti al rialzo a causa delle tensioni geopolitiche e degli shock energetici.
Per le famiglie titolari di un mutuo a tasso variabile, la stretta si traduce in un inevitabile aggravio. Considerando un finanziamento standard da 126.000 euro con durata venticinquennale, l’esborso mensile lievita da 614 a circa 631 euro (+17 euro). Se si confronta questo dato con l’inizio dell’anno, quando la medesima rata si fermava a 578 euro, l’incremento cumulato raggiunge i 53 euro mensili.
L’aumento effettivo per i singoli contratti dipenderà strettamente dall’importo del capitale residuo e dalla durata residua del piano di ammortamento. Ad esempio, per un debito residuo di 100.000 euro su 15 anni l’aumento stimato è di circa 12 euro mensili, mentre per un debito di 200.000 euro spalmato su 30 anni, il rincaro sfiora i 28 euro. I mercati, analizzando i futures sull’Euribor, non escludono ulteriori rincari, ipotizzando che la rata standard possa superare i 650 euro entro la metà del 2027.
L’innalzamento dei tassi erode il tradizionale vantaggio economico del variabile rispetto al fisso. Su un mutuo tipo da 120.000 euro a 20 anni, il differenziale tra le due rate si contrae, scendendo a circa 25 euro mensili a favore del variabile. Non sorprende, dunque, che le preferenze dei consumatori siano nettamente sbilanciate: nei primi otto mesi del 2026, oltre il 92% delle nuove stipule ha optato per la sicurezza del tasso fisso. Per chi possiede già un mutuo variabile, resta aperta la strada della surroga, un’operazione che la legge garantisce come gratuita e priva di commissioni a carico del cliente.
Le decisioni di Francoforte si riverberano inevitabilmente sul comparto aziendale, in particolare per i finanziamenti indicizzati all’Euribor. Già prima di questo rincaro (dati BCE di luglio), il costo medio per i nuovi prestiti alle società non finanziarie si attestava al 3,80%. Per i finanziamenti di importo contenuto (fino a 250.000 euro) a tasso variabile, il tasso medio viaggiava sul 3,83%, con picchi del 4,29% per ditte individuali e società di persone. La nuova stretta non farà che inasprire le condizioni di accesso al credito, rendendo più oneroso finanziare la spesa corrente e gli investimenti.