

L’ossatura produttiva italiana conferma un radicamento sempre più marcato nel modello a controllo familiare, come certificato dallo studio di Banca d’Italia, dal quale emerge, secondo l’analisi del centro studi di Assoesercenti, che nel 2024 ben il 72% delle società di capitali attive è a proprietà familiare (rappresentando il 45% degli occupati totali), con un incremento di oltre quattro punti percentuali nell’ultimo decennio guidato dall’ingresso sul mercato delle società a responsabilità limitata semplificate (che spiegano circa il 50% della crescita delle società di capitali) e da una forte concentrazione nel Mezzogiorno (79%), nelle costruzioni (83%) e tra le micro-imprese fino a 9 addetti (76%).La sovrapposizione tra proprietà e governance diretta è preponderante, con il 64,5% delle aziende a gestione familiare e appena il 7,8% affidato ad amministratori esterni, configurando una struttura d’impresa caratterizzata da una maggiore marginalità operativa (MOL su fatturato) e da una straordinaria capacità di resilienza e permanenza sul mercato, a cui però si associano una minore produttività del lavoro (-7% di valore aggiunto per addetto) e un freno agli investimenti strutturali e alla crescita dimensionale. Tuttavia, il vero nodo strategico per il futuro risiede nella demografia aziendale: oltre un’impresa familiare su cinque (22%) presenta almeno un socio over 65 e si trova dinanzi allo scoglio del trasferimento del controllo, un passaggio che avviene solo per il 3% delle aziende ogni anno e a un’età media del socio anziano sempre più elevata, pari a quasi 75 anni. Quando il ricambio si concretizza, nel 61% dei casi rimane confinato all’interno della medesima famiglia, determinando però effetti sostanzialmente nulli sulla dinamica occupazionale e di efficienza, mentre l’apertura verso soci terzi o partner industriali genera discontinuità virtuose con una crescita dell’occupazione superiore al 5% a tre anni dall’ingresso, una transizione che tuttavia resta gravemente ostacolata dalla difficoltà di trasferire relazioni e competenze specifiche, dal peso degli adempimenti burocratici e tributari e dalla mancanza di eredi qualificati o interessati. Su questo quadro interviene con determinazione il presidente nazionale di Assoesercenti, Salvo Politino, affermando che «questi dati rivelano come la nostra economia, che soprattutto al Sud poggia sulla tenacia e sul sacrificio delle famiglie imprenditrici, capaci di resistere a ogni crisi economica oggi sono lasciate sole dinanzi a un ricambio generazionale che rischia di trasformarsi in un collo di bottiglia letale». Politino sottolinea con forza che «vedere soci fondatori costretti a restare al comando fino a settantacinque anni perché mancano le condizioni per trasmettere l’attività testimonia una grave carenza di politiche di sistema per la continuità aziendale, un dramma che colpisce in primis le micro e piccole imprese del commercio, dell’artigianato e dei servizi di vicinato, dove il valore dell’impresa coincide con il patrimonio relazionale e fiduciario costruito con la clientela e non può essere liquidato o tramandato con procedure notarili complesse e onerose». Il presidente di Assoesercenti conclude rimarcando che «per scongiurare la scomparsa prematura di migliaia di botteghe e PMI storiche non bastano le logiche di mercato riservate ai grandi gruppi industriali: chiediamo alle istituzioni una riforma organica del patto di famiglia, la totale neutralità fiscale e la deregolamentazione burocratica per i passaggi generazionali nelle micro-imprese, affiancate da voucher formativi e percorsi di affiancamento manageriale agevolato che consentano ai nostri giovani di ereditare, modernizzare e digitalizzare le attività di famiglia, garantendo linfa vitale, occupazione e stabilità economica al nostro territorio».